LA VITA IN FOTOGRAMMI

Anni fa, se avevamo la febbre, usavamo il tradizionale termometro che, nel momento in cui la nostra temperatura corporea scendeva o saliva, il mercurio scivolava in alto o in basso non rispettando affatto le tacche esterne che, al contrario, indicavano dei punti ben precisi di una temperatura parcellizzata dalla mente umana. In breve il mercurio, senza sapere nulla delle tacche obbligate dai sistemi di misura come ad esempio quelli della scala Celsius (100 punti-gradi) o quella Fahrenheit (180 punti-gradi), continuava a slittare in forma di continuum su e giù senza rendersi conto che nello stesso momento si sarebbe trovato a misurare, per esempio, 40° C o 104° F.  

Da un altro punto di vista strettamente fisico-acustico, il suono in natura è un evento che si manifesta in forma di continuum, una sorta di glissato che sale o scende senza fermarsi in punti sonori ben precisi. E anche in questo caso le molte culture musicali presenti nel mondo hanno deciso di segmentare, di parcellizzare questa continuità vibrante in scale musicali o in sistemi fono-musicali più limitati per poter permettere alla nostra percezione auditiva una gestione più ordinata e controllata di quella grande pratica che noi oggi indichiamo sotto l’ampio termine Musica.

Naturalmente come esistono al mondo diverse scale termometriche (Celsius, Fahrenheit, Reamur, Kelvin) così esistono diverse scale musicali (cromatiche, maggiori, minori, esatonali, pentafoniche, pentatoniche, blues, araba, etc.) che ritagliano in diversi punti sonori (note) il vasto continuum fisico-acustico generale.

Da un altro punto ancora possiamo notare che in ogni lingua presente nel mondo è attivo lo stesso principio selettivo: il territorio continuo della vocalità umana è così vasto che l’uomo potrebbe produrre una infinita serie di sonorità e di ritmi con la voce, di effetti consonantici e vocalici, di ampie intonazioni di voce e di energie espressive che, anche questa ricca continuità, ha bisogno di essere controllata e gestita per meglio facilitare la percezione ordinata di un preciso e ben definito linguaggio umano. Ecco allora che ogni lingua presente nel mondo ha dovuto a poco a poco parcellizzare (quindi selezionare e combinare) il ricco continuum sonoro-vocale a disposizione di ogni essere umano, per poi poter giungere alla definizione di punti vocalici e consonantici (alfabeti) più o meno ricchi e complessi da un punto di vita fono-linguistico. E questa parcellizzazione tipica di ogni linguaggio umano andrà certamente a influenzare anche le modalità del canto di ogni diversa cultura linguistica sia essa colta che popolare.

Lo stesso bisogno di parcellizzare un continuum lo possiamo anche notare in tutte le misure che l’uomo ha attribuito alle distanze sia molto grandi che molto piccole. Ad esempio nell’osservare o nel poter indicare una certa strada che va da una località a un’altra, tenderemo a parcellizzarla in una modalità di misura calcolata, ad esempio, in km. Quando invece nel percorrerla con l’auto, i nostri occhi vivono un unico tracciato, senza soluzioni di continuità, ma se nello stesso istante i nostri occhi scendessero a osservare il tachimetro noterebbero subito la presenza di un meccanismo visivo costruito dall’uomo secondo una logica matematico-numerica del tutto parcellizzante. Se invece dovessimo calcolare un breve distanza, anche se molto piccola, utilizzeremo delle logiche parcellizzanti in millimetri o in centimetri, anche se quello spazio è pur sempre un continuum che non mostra alcun punto millimetrico o centimetrico.

Alla stessa maniera, nell’arte cinematografica, interpretiamo il movimento in forma parcellizzata. I singoli fotogrammi sono un grande esempio di come, una sequenza di 24 immagini ferme impresse in una pellicola (reale o digitale), proiettata nel tempo di un secondo permette alla percezione visiva umana di ricostruire un movimento apparentemente naturale, anche perché la nostra percezione visiva non riesce a percepire l’intero continuum di un’azione in movimento, come ad esempio mostra questa sequenza di 16 diversi fotogrammi statici che, come punti fissi in una linea, permettono di ricostruire l’idea dell’intero movimento di un cavallo da corsa con fantino.

Quanti altri esempi di linguaggi umani potremmo portare ancora per dimostrare che l’intelligenza umana non è in grado di percepire il continuum reale delle cose che si manifestano nel tempo e nello spazio. L’uomo ha bisogno di mettere dentro una forma controllabile ogni cosa, deve poter dominare con la misurazione parcellizzante (punti fermi) l’evolversi continuo dei fatti e delle cose del mondo. E così fa pure con la percezione-comprensione della sua stessa vita:

Ora, la vita è una evoluzione. Noi concentriamo un periodo di questa evoluzione in una veduta stabile che chiamiamo forma e, quando il cambiamento è diventato abbastanza considerevole da vincere la beata inerzia della nostra percezione, diciamo che il corpo ha cambiato forma. Ma, in realtà, il corpo cambia forma in ogni istante. O meglio, non esiste forma, poiché la forma è qualcosa di immobile e la realtà è in movimento. Ciò che è reale è il cambiamento continuo di forma: la forma non è che una istantanea scattata su una transizione. Dunque, anche qui, la nostra percezione si sforza per solidificare in immagini discontinue la continuità fluida del reale.

Lo scorrere continuo della nostra personale esistenza non presenta alcuna soluzione di continuità, tutto si sviluppa secondo una gradualità così fine e raffinata che la nostra percezione non appare in grado di notare materialmente. L’intelligenza aperta della nostra specie può benissimo immaginare il continuum biologico, ma dato il suo infinitesimo sviluppo costante non può materializzarlo in tutta la sua azione evolutiva spazio-temporale. L’Homo Sapiens mostra dunque il bisogno di ritagliare tutto ciò che è continuità, per poter indicare, gestire, operare al meglio quel “ritaglio” di spazio-tempo come punto abbastanza definito, ma pur sempre abbastanza irreale, poiché ogni cosa che avviene nel tempo-spazio è, come più di duemila anni fa avrebbe detto il filosofo greco Eraclito (VI-V sec. ac.) con queste due semplici parole: πάντα ῥεῖ, Panta rei che appunto sta per Tutto scorre.

Sì, tutto scorre, ed è proprio per questo che la nostra specie, limitata nei sensi, ha bisogno di “tagliare” questa complessa evoluzione in alcuni “pezzetti”, in irreali ma controllabili, indicabili e spiegabili momenti definiti sulla base di una realtà creata e immaginata, poiché nella realtà quel “territorio” ritagliato è un tempo-spazio in movimento, in evoluzione.

Questo è ciò che è capitato alla catalogazione epistemologica in stadi evolutivi del bambino di J. Piaget che, per l’esigenza di spiegare un ordine non così ordinabile, è costretto percettivamente a ritagliare in quattro spazi-tempo statici che ora riportiamo sinteticamente solo come un ulteriore esempio del nostro bisogno di ritagliare in “fotogrammi” tutto ciò che si presenta a noi in forma di continuum:

  1. Stadio senso-motorio da 0 ai 2 anni
  2. Stadio pre-operatorio dai 2 ai 6 anni
  3. Stadio operatorio concreto dai 6 ai 12
  4. Stadio operatorio formale dai 12 anni in poi.

Dare una forma controllabile a ciò che non ha una forma, a ciò che è un divenire e non una staticità, ritagliare con precisione un tempo di vita in cui si svolgono certe “azioni” per poi passare ad altre, è tipico della nostra umana intelligenza. D’altronde questa è una condotta mentale che noi tutti, come gente comune, attiviamo a livelli ancora più ampi, ad esempio nel momento in cui “cataloghiamo” momenti della vita come fasi dell’infanzia, dell’adolescenza, della maturità e della vecchiaia:

Infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia sono delle semplici vedute dello spirito, delle fermate possibili immaginate da noi, dall’esterno, lungo la continuità di un progresso. […]

Quando diciamo «il bambino diventa uomo», stiamo attenti a non approfondire troppo il senso letterale dell’espressione. Troveremmo che, quando poniamo il soggetto «bambino», l’attributo «uomo» non gli si confà ancora, e che quando enunciamo l’attributo «uomo», non sia applica già più al soggetto «bambino». La realtà, che è la transizione del bambino all’età matura, ci è sfuggita tra le dita. Non abbiamo altro che le fermate immaginarie «bambino» e «uomo», e siamo quasi sul punto di dire che l’una di queste fermate è l’altra…

Più o meno, questa visione umana delle fasi della vita, è la stessa cosa che facciamo tutti quando guardiamo l’arcobaleno in cielo e poi, nel parlarne con qualcuno, dimostriamo di aver fermato la nostra percezione sulla bellezza dei sette colori più evidenti (rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e viola) tralasciando l’intero divenire dei passaggi continui ed evolutivi (tutte le tante e varie sfumature) fra un colore a l’altro.

O ancora tanto per evidenziare questo pensiero a fotogrammi tipico dell’intelligenza umana, basterà entrare in una classe, nella produzione cinematografica, nella cultura dei fumetti, etc. per vedere quanto sia frequente la pratica delle storyboards che danno vita a una sequenza visiva che suddivide in immagini fisse una narrazione, un racconto, una scena di vita etc. che, al contrario, nella realtà nuda e cruda si dipanerebbe in un atto continuo, in un divenire che non ha sosta poiché è in evoluzione continua, come d’altronde sono tutti i nostri comportamenti quotidiani. Comportamenti che, guarda caso, se ci dovessimo ritrovare a raccontarli a un nostro amico, inconsapevolmente li esporremo come una serie di fotogrammi uniti fra loro, per cercare di dare un’idea più o meno esaustiva delle vere azioni accadute. Insomma saremmo tutti portati a fare uso di un pensiero modellato a forma di una sequenza di immagini molto simili a una tipica storyboard:

E che il meccanismo della nostra quotidiana modalità di conoscere sia di natura cinematografica, ci invita a ritornare al linguaggio musicale, a quello tipico della nostra cultura occidentale, quello che in forma di scrittura indichiamo solitamente con la grafia su pentagramma, anche perché in questo caso, come abbiamo accennato sin dall’inizio, la selezione e la combinazione delle note musicali, è sempre fatta sulla eliminazione (o non considerazione) di un certo continuum sonoro. Un divenire vibrante che viene ritenuto non pertinente all’interno di ogni specifico atto creativo.

Questo accade perché il nostro sistema musicale, in accordo con lo sviluppo di una percezione che si è formata sulla base di un modello che ha selezionato precise soste o punti musicali ben scanditi, ragiona esattamente con la logica dei “fotogrammi” sonori, cioè con la logica percettiva che ci invita a riconosce solo certe “punti” musicali, o meglio ancora come note appartenenti al nostro sistema, eliminando quindi tutto il resto, tutto l’altro divenire sonoro presente nella realtà vibrante.

Per fare un esempio proviamo a prendere le prime due note della famosa aria del Brindisi tratto dall’opera Traviata di G. Verdi:

Si tratta di due note, Do-La, selezionate all’interno di un sistema musicale ben definito del quale ora non ci sembra importante trattare. Però la prima cosa che vorremmo far subito notare è che nello spazio sonoro fra il Do e il La (fra Li e bia di Libiamo) è presente un territorio di note che la scrittura musicale su pentagramma e lo stesso sistema musicale riconosce ma non usa per una selezione e combinazione creativa fatta da Verdi. In questo spazio sarebbero presenti le seguenti otto note (dal Do# al Sol#) che si possono facilmente individuare perché nel pentagramma le abbiamo scritte con il gambo rivolto verso il basso (a differenza delle “nostre” due note, Do-La, che lo hanno rivolto in alto):

Ma oltre a queste otto note che il sistema musicale riconosce e non utilizza in questo specifico caso musicale, dobbiamo sapere che fra ognuna di queste note (quindi 10 comprendendo anche il Do iniziale e il La finale), ci sono ben nove spazi sonori, cioè nove brevi continuum sonori che il nostro sistema musicale non considera affatto:

  • 1 2 3 4 5 6 7 8 9

Ecco come sia possibile far comprendere a tutti che anche nella realtà sonora il divenire è ben più ricco di una percezione umana che suddivide i suoni in punti fermi, in posizioni certe; cioè in precisi stati sonori fissi che ritagliano quel continuum reale ben più complesso da percepire e da gestire.

Ecco quindi perché le tante comuni scale musicali del nostro sistema, sono tutte modelli sonori che, come tanti altri modelli umani, sentono il bisogno di adattarsi alla percezione e all’intelligenza creando così soste, punti fermi che nella realtà del divenire fisico-acustico non esistono:

Il fatto è che vi è di più nella transizione che nella serie di stati, cioè nei tagli possibili, di più nel movimento che nella serie delle posizioni, cioè degli arresti possibili.

Il movimento, dunque, è qualcosa in più rispetto alla sua parcellizzazioni umana. Tuttavia, il continuum, nella sua realtà naturale e casuale, non si presenta al mondo con la presa di coscienza che, al contrario, l’intelligenza umana impone per poter operare all’interno del suo divenire. Organizzare un ordine o ipotizzarlo, mettere in evidenza i punti utili pertinenti al progetto, promuovere selezioni e combinazioni per poter giungere alla creazione di una struttura ben ordinata, e soprattutto comporre il tutto come materia finalizzata al raggiungimento di uno scopo sia esso pratico che teorico, sono tutti procedimenti umani, di cui il continuum non è consapevole.

In breve, se la vastità di un qualsiasi continuum è certamente grande per quanto poco consapevole, la capacità umana di parcellizzare la grande infinità del reale, richiede un’intelligenza così cosciente a tal punto da permettere a Giacomo Leopardi di trasmettere la dolce forza del naufragare in un mare ricreato con poche ma gigantesche parole.

Da tutte queste considerazioni possiamo dedurre la presenza di un’intelligenza umana che non può fare a meno di pensare la vita e i linguaggi con un sempre più cosciente criterio selettore e ordinatore. L’intelligenza umana è creatrice di forme ben precise, così precise da poter essere manipolate a proprio bisogno e piacimento. E lo fa perché la forma è stata “ritagliata” in punti fissi, statici al contrario di una realtà sempre mobile, in continuo divenire.

Se la vita reale è movimento continuo, evoluzione continua, il pensiero umano invece utilizza segni ben definiti, gestibili e pure mutabili, anche perché lo scopo primario dell’intelligenza e della coscienza della nostra specie, nel bene e nel male, è quello di esercitare sempre più l’influenza su tutte le cose presenti in questa Terra.

Naturalmente, sempre nella speranza che questa influenza sia svolta con coscienza, e che venga giustamente programmata sulla base di un benessere etico per tutte le esistenze umane, animali, vegetali e minerali.

LA VITA IN FOTOGRAMMI
spaccazocchim@gmail.com | Leggi altri articoli pubblicati

Pedagogista / Musicista

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